Massimo Cruciotti: S.O.S. territorio alpino

intervista esclusiva per FranzMagazine



Massimo Cruciotti, nato a Roma vive da molti anni tra la capitale e Bolzano, sposato e padre di due figli si è diplomato a Roma presso l’Istituto tecnico industriale e poi si laureato in Scienze della comunicazione a Perugia. Ha preso un MBA in management dell’arte e dei beni culturali, che gli ha dato la spinta come imprenditore di occuparsi con l’associazione onlus “SOS Archivi” a diversi progetti per la protezione, gestione e valorizzazione di archivi, biblioteche e beni culturali. Da molti anni si occupa di progetti di outsourcing documentale per la PA, compagnie di assicurazione, banche e professionisti seguendo percorsi di digital trasformation e archiviazione digitale .

In tempi di Covid, il mondo è diventato ancora più sensibile alla tematica della corretta organizzazione e archiviazione dei documenti. Ora più che mai si comprende quanto sia importante avere ben chiaro cosa si vuole conservare e come farlo, perché la conservazione è lo strumento per portare la conoscenza e la storia nel futuro.


Massimo Cruciotti, Presidente dell’Associazione S.O.S Archivi

Cosa intende un professionista come te con la parola memoria? Gli archivi non sono un elemento statico, come spesso si è portati a credere. Gli archivi sono un qualcosa di dinamico, un ponte tra passato e futuro, con il quale è possibile colmare i divari tra ieri e domani, passando per l’oggi, con tutti gli strumenti digitali disponibili.

Gli archivi oggi sono sempre più archivi ibridi.


Abbiamo ereditato la memoria cartacea che convive con le nuove tecnologie e modalità di fruizione che arrivano dai dispositivi digitali. Nei prossimi decenni ci abitueremo a questa modalità ibrida di fruizione della memoria. In questo territorio, in particolare, caratterizzato da comunità diverse che convivono gli archivi possono sicuramente aiutare ad aggregare creando una memoria collettiva condivisa.

L’archiviazione è scelta etica del territorio o una necessità? Valgono entrambe le cose. L’archiviazione è sicuramente una chiave di sviluppo per aggregare pensieri differenti e anche generazioni, quindi da questo punto di vista ha una funzione etica. Al tempo stesso è una scelta necessaria a livello istituzionale. La conservazione e la condivisione dei dati sono fondamentali e di conseguenza tutti gli archivi lo sono. L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha evidenziato ancor più il valore della buona conservazione, dell’accesso sicuro e della condivisione delle informazioni e dei dati. Abbiamo bisogno di archivi digitali strutturati in modo sicuro e gestiti con delle logiche funzionali al sistema in cui si lavora.


L’arte da sempre è ampiamente coinvolta nella preservazione della cultura. Per l’italia é una sfida secolare. Come si posiziona l’Alto Adige in termini di conservazione? È un tema di cui si occupa regolarmente. Il Covid-19 ha fatto emergere la grande fragilità anche del territorio alpino rispetto a questo tema. Gli archivi storici di cui mi occupo hanno un’assoluta necessità di essere protetti attraverso iniziative di prevenzione che devono vedere coinvolte diverse figure professionali come la Protezione civile, insieme ai responsabili della cultura a livello provinciale e nazionale. A livello nazionale esiste un piano triennale di sviluppo della digitalizzazzione del MIBACT (2019-21) che tiene conto anche dell’ambito museale. Musei, archivi e biblioteche convivono spesso nello stesso ambiente e nonostante gli sforzi siamo solo in una fase iniziale del processo e della messa a disposizione degli archivi in forma digitale. Il lavoro che stiamo facendo copre attualmente il 20% dei beni presenti su tutto il territorio nazionale.


Qual’è l’importanza di avere un vantaggio competitivo? Avere iniziato il processo di digitalizzazione delle proprie collezioni prima dell’emergenza sanitaria ha reso possibile una fruizione senza interruzione delle proprie collezioni e patrimoni. Per molto tempo abbiamo pensato che un’opera d’arte o un bene culturale in generale potesse essere fruito solo visitando un museo, un archivio o una biblioteca.


Oggi ci rendiamo conto che il viaggio culturale potrebbe essere un lusso. Rimane comunque il desiderio di conoscenza e sapere che aiutano a formare pensieri e visioni. Questi contenuti possono essere appresi anche con nuove forme. Forse non avremo l’emozione della bellezza e dell’unicità che l’esperienza pura può donare, ma comunque ne divulghiamo l’esistenza e l’importanza. Possiamo dare continuità ai territori e la cultura che ne sono le fondamenta.

Che passi bisogna fare per essere come aziende veramente sostenibili per il futuro? Gli archivi digitali hanno un impatto sull’ambiente perché sono energivori. I data center consumano molta energia, garantiscono però una protezione dei dati e una continuità operativa agli utenti attraverso piani di sicurezza condivisi. Come associazione stiamo lavorando molto sull’analisi dei flussi , i cosiddetti “work flow aziendali”. Intervistando i responsabili di area delle aziende riusciamo a individuare i flussi di condivisione e conservazione dei dati negli archivi. Questo rende più efficace e sostenibile la vita di un archivio e degli investimenti che si attuano per realizzarlo perché così i documenti non vengono salvati in modo ridondante, occupando spazi di memoria che hanno un impatto sull’ambiente e non viene consumata carta.


A che punto si trova l’Italia e poi nello specifico l’Alto Adige? Possiamo affermare che in generale oggi c’é molta attenzione e consapevolezza sul tema specifico, con una certa accelerazione nella revisione delle procedure nelle organizzazioni pubbliche e private dove si punta a fare concretamente qualcosa. Non è meramente una scelta tecnologica a garantire il risultato, gli strumenti sono solo una parte del processo. Il distanziamento e l’isolamento hanno portato alla riflessione e a un cambio di mentalità che ha generato una maggiore consapevolezza e la volontà di scardinare il vecchio sistema. Questo non solo nel mondo dell’arte, ma anche nella vita quotidiana della aziende che sono il cuore pulsante dell’Alto Adige e della sua economia. Tutto ciò richiede in primo luogo la revisione dei processi che deve coinvolgere l’intera struttura, dai vertici alle attivitá operative. Molti sono i finanziamenti europei disponibili per le aziende che intendono intraprendere questo percorso, sia per quanto riguarda la parte strategica, che per le scelte tecnologiche. Come associazione abbiamo già avuto modo di collaborare con la biblioteca Tessman, l’Archivio di Stato e con la Provincia. Attualmente stiamo lavorando a progetti di digital trasformation con aziende e società di consulenza locali. L’organizzazione preventiva può senz’altro migliorare le performance aziendali, le visioni culturali e quelle turistiche.


Che valore hanno le attività di volontariato civile per la protezione e conservazione dei beni? Insieme ai soci di SOS Archivi abbiamo creato in questi anni un network stabile, collaborando con diverse organizzazioni, tra cui la Protezione civile, i vigili del fuoco, Universitá e associazioni di volontariato tra cui il Touring Club Italiano ed altre realtà. Dalle esperienze passate di formazione e training operativo è nata una nuova divisione, la SOS Academy, con lo scopo di offrire una formazione sia teorica che pratica per affrontare le situazioni di emergenza causate in particolare dalle calamità naturali. A livello locale, nel corso della Fiera Civil Protect nel 2018 abbiamo avuto un confronto molto stimolante con gli esponenti della protezione civile della Provincia autonoma di Bolzano. Da questo confronto è emerso come il rischio idrogeologico sia quello più diffuso sul territorio. Ciò richiederebbe l’elaborazione di appositi piani di protezione civile dotati di una mappatura che comprenda anche l’individuazione dei beni culturali a rischio e la formazione di un team di emergenze con adeguate e specifiche competenze. Tali piani dovrebbero comprendere anche la fase di ripristino post danno, prevedendo la stipula di accordi con aziende private specializzate chiamate a intervenire nell’imminenza degli eventi in modo da circoscrivere i danni limitando così anche le spese di recupero


Cosa l’Alto Adige non ha ancora avuto il coraggio di fare? L’Alto Adige ha sicuramente una certa sensibilità sul tema. L’esercitazione per il salvataggio della mummia ÖTZI di alcuni anni fa ne è un ottimo esempio che si potrebbe replicare per archivi e biblioteche provinciali. Molte sono le occasioni di approfondimento offerte a livello nazionale e internazionale di cui l’Alto Adige potrebbe essere parte attiva. Ad esempio, SOS Archivi è stata incaricata di organizzare per il 2022 un convegno internazionale che si terrá a Roma e chiamerà a raccolta più di 600 responabili di archivi da tutto il mondo. Sarà un grande momento di confronto internazionale e un’occasione per raccogliere nuove esperienze. Nel 2021 sono previsti webinar su temi diversi e mi piacerebbe dare spazio all’Alto Adige come caso di studio o esempio da approfondire. SOS ARCHIVI collabora anche con l’associazione Museimpresa in Assolombarda, che raggruppa piú di 80 musei di grandi aziende private come Lavazza, Peroni, Piaggio o Pirelli, eccellenze italiane, che da tempo hanno capito come rafforzare il proprio brand attraverso la valorizzazione della loro storia.


Da romano che valore ha per te l’Alto Adige? Nelle attività di conservazione dei beni culturali questa Provincia parte da un atto di consapevolezza. Qui c’è un’attenzione ed un rispetto del bene comune senza pari. Questi sono valori determinanti per un territorio fertile per le attività di prevenzione. Nella provincia di Bolzano troviamo un ecosistema pronto e le forme di volontariato su tutto il territorio sono un punto fondamentale.


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Foto di Massimo Cruciotti

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© Copyright Zoom - Cristina Ferretti,

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Redazione: Cristina Ferretti

Grafica: Aenima - Fabiana Marchesini

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