Magdalena Amonn: la pluralità ci distingue

intervista esclusiva per FranzMagazine



Magdalena Amonn, bolzanina, sposata e madre di un figlio, laureata in Economia e Commercio a Vienna, da alcuni anni volontaria della Onlus San Vincenzo e da un anno responsabile delle 16 conferenze della città di Bolzano. Figlia del co-fondatore nel 1980 del settimanale FF, filantropa e amante dell’arte, socia fondatrice degli amici di Museion.


Magdalena Amonn

Cosa vuol dire appartenere ad una famiglia che rappresenta la storia di Bolzano e dell’Alto Adige? Da un lato sono molto orgogliosa, anche se non è merito mio. D’altro canto, mi pongo sempre la domanda se sono all’altezza dei nonni o di mio padre. Oggi, adulta penso di essere in linea continuando il percorso scritto con impegno, idealismo e forza.  Con idealismo intendo vivere la mia vita con responsabilità e senso civico nei confronti della comunità in cui opero.


Quando si parla di te e della tua famiglia si pensa ad una vera famiglia bolzanina Doc. Come vivi l’evoluzione della nostra città degli ultimi 30 anni? Anche rispetto alla storia della tua famiglia. È un rapporto difficile quello che ho con la mia città. Mi sento a volte lontana. Per me la città non ha mia avuto una posizione a sé.

La mia Heimat è l’Alto Adige, non mi sento cittadina solo di Bolzano. Sono io che sono cosi, forse perché a casa quando si parlava di politica era quella della provincia e non solo quella della città di Bolzano. 

Che ruolo ha la cultura nella nostra provincia? Io credo che la cultura sia una cosa soggettiva, sicuramente parte da espressioni culturali e dalle tradizioni. Alcuni musei, castelli, molti esempi di architettura sono quelli che più in Alto Adige esprimono al meglio il senso della cultura sudtirolese. La cultura invece in città è molto più vasta ed ha subito varie influenze, ma questo anche solo nelle sue espressioni. 

 

40 anni fa la tua famiglia ha fondato il settimanale FF, ancor oggi uno dei media più letti e d’opinione. Che obiettivi vi eravate prefissati? All’epoca si chiamava Freizeit und Fernsehen. Era una rivista con un programma televisivo e attività di tempo libero; era un giornale di servizio con il desiderio di una seconda voce in Alto Adige oltre alla pagina in lingua tedesca del quotidiano.  Doveva essere un giornale in cui emergeva la cultura e la società nella sua eterogeneità.  Era considerata una voce liberale. L’Alto Adige a quei tempi era ancora molto chiuso: era una nuova voce, per esprimere una pluralità nei media che ancora oggi non esiste. Era ed è l’espressione del senso civico a porsi critici nei confronti della realtà che ci circonda. Non prendere le verità altrui senza un’informazione e punti di vista più ampi.


Oggi sei il socio di minoranza della rivista, quali sfide deve affrontare un media che vuole essere una voce al di fuori di un monopolio mediatico nel 2020? La sfida più grande è quella di avvalersi si tutte le possibilità di diffusione, anche digitale. Riuscendo ad avere l’affidabilità della notizia e dell’informazione. Stimolare il lettore ad avere un senso critico. Non ha una funzione di opposizione, ma critica verso tutti per far emergere verità o condizioni differenti. È il lettore che poi deve farsi le proprie idee. Rimane ancora oggi importante informare senza dare opinioni: è il progetto in cui crede ancora il nostro giornale. 


C’è ancora la necessità di una divisione linguistica nell’espressione culturale per la città di Bolzano? Si, nel momento in cui una persona sceglie la sua lingua per esprimere la sua necessità di espressione artistica. La forma ideale, se fosse possibile, sarebbe un’istituzione culturale che offre un programma misto e che viene frequentato da tutti. Soprattutto, anche in termini di costi, sarà una necessità economica del prossimo futuro, di non avere troppe cose parallele diversificate, ma non differenziate. Ora ce lo possiamo permettere, perché ci sono molti soldi.

La sfida più grande sarebbe imparare ad investirli, invece che spenderli. Investirli in cultura e opportunità culturali anche per i giovani. 

Quali sono i personaggi, anche attualmente non protagonisti, che secondo te bisognerebbe iniziare ad ascoltare ed osservare? Gänsbacher: Mittelmäßige Menschen treffen mittelmäßige Entscheidungen und in einem Krisenmoment kommt dies zum Vorschein. Al femminile bisognerebbe confrontarsi di più e fare anche autocritica. Ognuno deve prendere una decisione. È un atteggiamento molto maschile, che non prevede la riflessione e la valutazione della comunità sociale senza individualismi.


Che valore ha avuto la San Vincenzo durante la quarantena Covid19? La San Vincenzo (Südtiroler Vinzenzgemeinschaft) durante la quarantena, cioè è primo periodo di Covid19, ha dovuto cambiare i modi di lavorare. Le famiglie assistite hanno dovuto fare i colloqui al telefono, al VinziMarkt, dove gli assistiti possono avere cibo, i volontari hanno preparato i pacchi che poi hanno consegnato o che sono stati ritirati su appuntamento, come altre organizzazioni i nostri volontari hanno fatto la spesa per le persone che non potevano uscire di casa, e forse l’attività più importante era/è quella del VinziBus, che con il suo pulmino porta pasti caldi ai senzatetto girando per la città di Bolzano. Di solito lavora in Piazza Verdi assieme alla Volontarius per dare pasti caldi ai senzatetto, questa struttura però per ovvi motivi momentaneamente è chiusa. Inoltre cerchiamo di aiutare i nostri clienti con tutto quello che riguarda la burocrazia… dalla compilazione di moduli per i sussidi negli uffici pubblici fino alla cerca di un lavoro.


Come siete riusciti a coordinare le attività e le esigenze di chi ha bisogno della vostra organizzazione? Effettivamente questo è un grande problema. Da un lato ci sono i sussidi statali e provinciali (buoni pasto, sussidi per chi ha perso il lavoro), dall’altro lato ci sono tantissime organizzazioni che cercano di aiutare. I nostri volontari conoscono la maggior parte degli assistiti da parecchio tempo, ma sono sicura che ne arriveranno tante nuove persone bisognose e serve una buona collaborazione con i servizi sociali e altre organizzazioni come la Caritas, per capire come si può aiutare al meglio, evitando anche “sprechi“…perché ovviamente purtroppo c’è anche chi cerca di ricevere da tutte le parti. Già prima della crisi ci siamo resi conto, che sarebbe molto utile poter creare una piattaforma per scambiarsi le informazioni e per essere anche più veloci a valutare le situazioni, cosa che però a causa della legge privacy è difficile da implementare. La collaborazione tra le associazioni di volontariato sarà sempre più importante… 


C’è una storia che hai vissuto in questi mesi che ti ha colpito in modo particolare? Per me è stato impressionante il progetto del Winterhaus 1 in Via Carducci e dopo anche Winterhaus 2 al Maso Zeiler a Gries, che però non c’entra direttamente con la crisi Covid19. Queste due strutture sono state messe a disposizione da 2 imprenditori e con l’aiuto di 3 persone di diverse organizzazioni (Paul Tschigg della Südt.Vinzenzgemeinschaft, Caroline Hohenbühel e Federica Franchi) hanno trovato posto per dormire più di 50 persone senzatetto, che nonostante il freddo di dicembre dormivano per strada. Con la crisi Covid avevano poi la possibilità di abitare anche di giorno in via Carducci. Al Winterhaus1 a turno hanno pernottato ca. 100 volontari in meno di 5 mesi… e le persone bisognose che hanno vissuto lì hanno avuto non soltanto un letto per dormire ma una vera casa con un giardino, dove a turno potevano passare il tempo. E il bello è che nonostante le tante provenienze etniche e culturali, non ci sono stati problemi.


Si parla spesso di eccellenze locali? Secondo te quali sono, e quali potrebbero accompagnare il percorso dello sviluppo locale? Non saprei quale elemento evidenziare. Il Covid ci aiuterà a riflettere su come funziona ilo nostro sistema sociale. Molto o forse troppo sovvenzionato. Adesso che manca tutto, i criteri di valutazione dovrebbero essere diversi. Giudiceandrea in questa situazione dice di guardare i danni che hanno cerato alcune situazioni, alcuni sono maggiori rispetto ad altre realtà. Essere una regione dedita al turismo non è un nostro merito. Abbiamo saputo utilizzare e sfruttare un paesaggio che la natura che ci ha donato. Abbiamo però anche altre imprese importanti, che sono fuori da questo settore e che dovrebbero essere ascoltate; anche loro rappresentano delle eccellenze.

L’idea trasversale che tutti noi viviamo del turismo m’infastidisce. Io non ho un riscontro diretto nella mia vita. Anzi, alcune cose addirittura non mi piacciono. Non ci hanno mai chiesto se ci piacciono i paesaggi montani cosi modernizzati, privi di appeal e cultura del luogo. È un ‘industria turistica che non mi appartiene. Le scelte negative del passato le abbiamo quotidianamente davanti agli occhi.

Pensare e facilitare tutto per chi vive fuori dai centri più grandi; strade, tunnel e tutto quello che comporta. Quando hanno agevolato la Val Sarentino, qualcuno aveva pensato che via Fago e Via Cadorna sarebbero diventate delle arterie della città? Si pensa spesso per singoli progetti e si dimentica l’insieme. L’urbanistica moderna è più coinvolgente, speriamo qualcuno la studi. 


Cosa dovrebbe avere il coraggio di fare l’Alto Adige? La sostenibilità nel lungo tempo. Non come moda o come turismo. Ma vissuta come una convinzione condivisa. Agricoltura che viene coinvolta. Deve esserci una svolta. È una cosa molta impegnativa, bisogna avere il commitment, e non solo quello del marketing.

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Foto di Magdalena Amonn

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Redazione: Cristina Ferretti

Grafica: Aenima - Fabiana Marchesini

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