Jutta Telser: la parità di genere esiste solo nella rilassatezza e nella prosperità

intervista esclusiva per FranzMagazine



Jutta Telser originaria di Lana, vive a Merano, madre di un figlio, ha frequentato il Liceo Classico Beda Weber e poi si è laureata in Lettere Moderne a Bologna. Da 25 anni è insegnante di lettere al liceo di Merano. Curiosa ed Interessata alla cultura del nostro territorio si occupa di progetti culturali come redattrice e curatrice di eventi. Attualmente è anche presidente dell’Ente Teatro e Kurhaus di Merano.


Che valore ha la cultura in Alto Adige?

Non è facile dare una definizione e dipende soprattutto dalla visione che si ha di essa. Parto da quella storico-sociale, che ci caratterizza molto. Quella tradizionale tedesca molto radicata nei paesi e che fa bene alla comunità. Quella, invece, sfaccettata del gruppo italiano, storicamente proveniente da parti diverse d’Italia, ha fatto più fatica a crearsi una tradizione culturale di identificazione.

La cultura contemporanea mi pare invece che sia viva solo per una nicchia soprattutto cittadina, anche se la politica culturale di oggi è abbastanza aperta e cerca di aiutare e favorire idee nuove e visionarie. Come per esempio il Kunsthaus a Merano, Transart o il Museion. La sfida sarà quella di uscire dalla nicchia e raggiungere un pubblico multiculturale e generazionale più ampio.



Jutta Telser, Presidente dell’Ente Kurhaus Meran

La distanza è un problema di comunicazione o di contenuti?

Non credo riguardi il contenuto: esso rispecchia l’atmosfera, il sentire che è nell’aria e riesce a captare le cose a cui noi ancora non riusciamo a dare le giuste parole. Spesso la forma è talmente rarefatta, astratta e difficile da avvicinare e forse è li il momento in cui ci vorrebbe più comunicazione. 

Per i giovani è importante trovare il modo che loro riescano a vedere che la cultura contemporanea viene interpretata attraverso delle forme diverse a cui non sono abituati, ma che comunque parlano proprio di loro ed interpretano il loro sentire. Io che insegno ho notato attraverso i miei ragazzi, che la cultura di massa è diventata così semplificata e veloce, che il ragionamento più complesso deve essere spiegato oggi ancora di più di un tempo. Anche perché vi è assenza di uno studio approfondito degli elementi politici, storici, letterari e culturali che costruiscono il ragionamento analitico, ma anche creativo delle persone.


Merano è piena di attività culturali.  Quanto viene coinvolta la cittadinanza. La vita cultura meranese, sono scelte di crescita oppure opportunità turistiche?

Ci dovrebbe essere un connubio tra crescita della comunità e quella del turismo, visto che Merano è nata come città di cura e ha portato personaggi importanti della cultura europea. Credo che la cultura di e per i meranesi e per il turismo siano due cose che in qualche modo si possono anche completare: ad esempio le meraner Musikwochen o Meranoarte, ambedue frequentati dai meranesi e dai turisti. Ormai, sono un punto d’incontro della città.

La cultura giovane è invece attratta dagli eventi organizzati per esempio dall’ Ostwest Club, attivo insieme al Mairania – centro culturale di lingua italiana – ed ai centri giovanili anche in moltissime situazioni, spazi e concetti. Sono formatori di pensieri “Meinungsbilder” della città: un bellissimo esempio d’evoluzione della città, una realtà culturale che sfugge ai turisti, soprattutto ancora più anziani che giovani.

In questa estate post Covid abbiamo notato che il turismo italiano ha portato più gioventù che quello tradizionale nordico a cui siamo ormai abituati e sul quale finora abbiamo impostato le nostre attività. Questo è uno stimolo nuovo per noi.  


Qual è la differenza tra Merano e Bolzano?

Al di la del paesaggio urbano a Merano c’è una complementarietà dei gruppi linguistici che a Bolzano non è mai esistita. È più piccola, sicuramente e c’è più interazione tra i gruppi creando anche rapporti più vivi.


Da decenni ti occupi di cultura e progresso. Che ruolo hanno le donne in Alto Adige?

Non so se vi è una vera differenza tra il ruolo femminile in Alto Adige e quello a livello nazionale. Siamo nella media del livello mitteleuropeo anche dal punto di visto di partecipazione lavorativa, anche se le donne continuano a lavorare più part time e svolgere tanto lavoro di cura, non retribuzione, e preso per ovvio da gran parte delle società. Soprattutto le decisioni del governo sotto e dopo il Lockdown – prese quasi esclusivamente da maschi – hanno fatto vedere che in Italia ed anche in Alto Adige quest’idea della famiglia di stampo tradizionale, in cui la donna bada a bambini, anziani e bisognosi d’aiuto del nucleo familiare è ancora radicatissima e soprattutto viene anche messa poco in discussione, nei nuclei familiari, nelle aziende e dai media. 


Con scuole, asili nidi e scuole materne chiuse era ovvio per tutti che la mamma si occupasse di tutto e svolgesse anche il suo home office, una cosa impensabile nei paesi nordici, nei quali fin da subito hanno lasciato aperto asili e scuole almeno per i bambini delle donne che svolgevano i cosiddetti mestieri socialmente utili. 


Queste decisioni e anche la noncuranza verso giovani e ragazzi mi ha fatto riflettere – la parità di genere va bene solo in situazioni di rilassata normalità e prosperità, in cui ci viene concesso di apparire come parte dei ranghi decisionali ed appena c’è crisi i media mettono in primo piano l’uomo rassicurante possibilmente con tanto di uniforme?


La donna ha sempre gestito la comunità nei momenti difficili, si pensi solo alle guerre, per poi essere relegata e farsi mettere in secondo piano.  L’Alto Adige è una terra rurale e le donne nei masi hanno sempre contato molto. Anche se la donna aveva in mano la gestione del maso, era comunque l’uomo che lo rappresentava e questo apparire e presenziare è radicato nella nostra società tirolese, come in quella italiana. È in quel momento dell’espressione che la donna deve imporsi e mandare avanti sé stessa per darsi valore.

A Merano l’Ostwest club  ha un “femisinstisches InFocafè” che per le elezioni comunali ha fatto una bellissima campagna sovra partitica e bilingue che invita alla partecipazione politica delle donne sia come elettrici che come candidate.  A scuola cerco di far capire che il voto rappresenta un passo per mettere donne in ruoli decisionali, e solo quando di numero saranno pari ai maschi non scompariranno più quando la società si sente in pericolo e non sarà più un automatismo che lo stato dal oggi al domani riversi tutti i suoi obblighi di cura di minori e bisognosi sulle spalle delle donne.


Che importanza ha il ruolo per portare avanti dei progetti?

Dipende dagli ambienti e dalle relazioni sociali. L’ambiente culturale da un parte ti lascia libera da ruoli prefissati  e l’accettazione professionale non è legata cosi tanto ad aspetti esteriori come in altri ambienti. Comunque, il ruolo che rivesti – anche se lo rivesti a modo tuo – ti aiuta a dare forma alle tue idee e decisioni. La forma è il primo messaggio che viene percepito e più in sintonia è con il contenuto che le vuoi dare, più viene percepita come autentica ed autorevole, ma rimane sempre anche la bellissima possibilità di giocarci un po’.


Cosa manca al sistema Alto Adige per potersi rinnovare?

Mi chiederei dove sarebbe buono rinnovarsi. La continua corsa all’innovazione non so se fa sempre bene. Sarebbe corretto rinnovarsi negli ambiti che sono stantii, dove le persone non si esprimono liberamente, dove il pensiero creativo cozza con tradizioni superate.

Il turismo è innovativo, quasi troppo…, anche la nostra economia a tratti è sorprendentemente innovativa. Invece a livello sociali ci vorrebbe innovazione vera, un’innovazione che tenga conto del cambiamento della nostra società e qui torniamo di nuovo al lockdown come specchio di ingrandimento delle problematiche sociali. La nostra base sociale non è più il nucleo familiare plurigenerazionale in cui le donne possono svolgere i lavori di cura. Ci vogliono asili nido, asili e scuole con orari flessibili e realtà moderne come le case pluri-generazionali, e spazi aperti oltre alle associazioni per i giovani che spesso fanno fatica a potersi esprimere adeguatamente. 


Che valore ha ancora il bilinguismo nella nostra realtà?

Troppo poco. Da quando ero giovane è andato diminuendo e questo mi dispiace. Abbiamo dovuto imparare per forza il bilinguismo. Abbiamo dovuto per le istituzioni, ma a livello quotidiano è diminuito moltissimo. Le scuole divise abbiamo una pace etnica ma non un contributo all’integrazione.

Ho studiato i dialetti con modelli anche canadesi facendo l’inserimento completo già da bambini. L’interlocutore rimane sempre della stessa lingua. Almeno alle superiori dove la cultura linguistica è integrata bisognerebbe arrivare ad un modello scolastico diverso. Soprattutto Merano sarebbe ideale come esempio e ne potrebbe fare anche un polo di turismo linguistico come Malta p.es. turismo culturale e linguistico porterebbe giovani da tutta l'Europa.


Mantenere per 50 anni due realtà linguistiche così diverse e intatte rappresenta anche un successo, però adesso si può intraprendere un’altra strada senza paura di perdere qualcosa.


Cosa dovrebbero fare i media locali per creare un’armonica convivenza?

L’armonia c’è, ma non è convivenza. È un vivere accanto. Dovrebbero rispecchiare le due realtà e farle conoscere a vicenda. I nostri media sono troppo autoreferenziali e rivolti esclusivamente al proprio pubblico, spesso non si è a conoscenza delle tematiche che occupano i pensieri del altro gruppo linguistico.


Cosa l’Alto Adige non ha ancora vito il coraggio di fare?

Sono una profonda appassionata della nostra Provincia.  Accettare la propria storia positiva e negativa ed andare, finalmente, avanti.


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Foto di Cristina Ferretti

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© Copyright Zoom - Cristina Ferretti,

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Redazione: Cristina Ferretti

Grafica: Aenima - Fabiana Marchesini

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