Johanna Porcheddu: il teatro non è solo palcoscenico!

intervista esclusiva per FranzMagazine



Johanna Porcheddu è nata a Messina ed all’età di sei anni, insieme alla sua famiglia, si è trasferita a Merano. Qui ha frequentato il liceo classico tedesco. Fin da giovane ha sviluppato la sua passione per il teatro. La sua esperienza si è formata con Franco Marini al “Theater in der Klemme” di Merano, una intensa attività teatrale non professionista, ma composta da grandi appassionati. Contemporaneamente ha frequentato anche la scuola di teatro del Teatro Stabile di Bolzano, diretta da Marco Bernardi.


Dopo varie esperienze formative anche all’estero, si è laureata al DAMS di Bologna. Dopo il lavoro redazionale sulla sua tesi divenuta pubblicazione presso la casa editrice L‘Epos Edizioni Palermo ha iniziato a lavorare al “Theater in der Altstadt” con Rudolf Ladurner e come attrice ha avuto ruoli in diversi spettacoli. Con la direzione del “Theater in der Klemme” e la partecipazione attiva nel gruppo di teatro femminile „Phenomena“ ha proseguito la sua formazione da attrice e organizzatrice. Negli anni si è anche occupata di vari progetti di teatro scuola e di collaborazioni esterne, senza peró abbandonare mai il lavoro dietro le quinte del “Theater in der Altstadt”.

Johanna Porcheddu, direttrice del “Theater in der Altstadt” di Merano

30 anni Theater in der Altstadt, a cosa ha contribuito la costruzione di questo percorso e il dialogo con il cittadino.

Il Theater in der Klemme, fondato nel 1978, è stato il precursore di quello che è oggi il Theater in der Altstadt, che infatti nei primi periodi si è appoggiato agli attori non professionisti della Klemme.


È stato un percorso a più tappe, fino a qualche decennio fa non esisteva un teatro tedesco professionista in Sudtirolo. Ogni paesino aveva la sua compagnia amatoriale, ci si trovava dopo il lavoro, spesso nelle sale parrocchiali, e si faceva teatro. Palcoscenici in cui la maestra di scuola o il comandante dei vigili del fuoco o il capo della banda locale ecc.si dilettavano per passione nella recitazione.

Da questa tradizione, negli anni Settanta, cresce l’esigenza di una ricerca di qualità e di contenuti politici, impegnati. Ed è così che nasce il Theater in der Klemme.

La formazione delle coscienze del territorio attraverso le sue storie è sempre stato un suo caposaldo, non bastavano più solo il divertimento e lo spettacolo, ma la riflessione e la crescita socioculturale. Erano questi anche gli anni della contestazione e della messa in discussione dei valori tradizionalmente validi in Alto Adige.

L’incontro nei primi anni Novanta con Rudi Ladurner, reduce dagli studi a Vienna e le esperienze al Burgtheater, ha creato il connubio per la nascita del Theater in der Altstadt di Merano. L’unione fin da subito ha mostrato la su validità. Il progetto di costruzione di un teatro professionista a Merano aveva preso il via.

Il pubblico affezionato della Klemme degli anni ’70 e 80, spesso anche politicamente attivo, ha apprezzato la continuità e la serietà dei nuovi progetti proposti.

La tenacia di questi pionieri e il supporto attivo della cittadinanza lo hanno poi reso un teatro istituzionale, diventato un punto di riferimento culturale trasversale.


Rudi Ladurner, prematuramente scomparso l’anno scorso, mi ha lasciato il testimone di questo luogo, che già da tempo era anche casa mia. Per me è stato un grande onore e un grande onere, ma con entusiasmo e altrettanta tenacia, nonostante questi tempi difficili, cercherò di traghettarlo nel futuro.


Da tanti anni operi trasversalmente tra le culture che identificano l’Alto Adige. Abbiamo ancora bisogno delle rappresentazioni differenziate a livello linguistico e così tanti programmi?

Secondo me abbiamo soprattutto bisogno di incontri linguistici e culturali, il ché non esclude affatto la necessità di un teatro di lingua prettamente tedesca e/o italiana. Bisogna trovare dei punti di incontro e di confronto, la cultura in Alto Adige, in generale, è ancora suddivisa per scomparti. La divisione di attività e programmi culturali non ha certo contribuito molto allo scambio interculturale, Ci sono molti cittadini italiani, per esempio, che non conoscono neppure l’esistenza del Theater in der Altstadt, come ci sono cittadini di lingua tedesca che non si sognano nemmeno di andare a vedere uno spettacolo italiano al Puccini. Tutto ciò è abbastanza desolante. Questa divisione per gruppi linguistici non aiuta il pensiero e la comprensione reciproca. La lingua in questo caso può diventare decisamente una barriera, a volte anche sapientemente costruita e sfruttata.

È soprattutto tramite la cultura e l’arte che possiamo comprendere l’altro e confrontarci con contenuti, stili di vita, pensieri e linguaggi espressivi.

Tutto ciò sicuramente dipende dalla nostra difficile Storia (ma quale Storia non lo è?) e dalla dimensione e visione politica, che da sempre si è voluto dare a questa terra. Ma la “colpa“ sta anche in noi abitanti di questa terra, a volte poco curiosi e aperti. Il gruppo linguistico italiano spesso mi sembra disilluso e deresponsabilizzato e quello tedesco autocompiaciuto e autoreferenziale. Forse basterebbe capire che radicamento e identificazione nel territorio non necessariamente significano bieco nazionalismo e apertura e interscambio culturale non comportano la perdita della propria identità.


Che valore hanno le partnership culturali. Come riuscite a mantenere il dialogo con i vari teatri della provincia?

I cosiddetti 4 Städtetheater (teatri cittadini) rispettivamente di Bolzano, Bressanone, Brunico e Merano, sono più o meno nati negli stessi anni e inizialmente c’era l’idea di collegarli in una specie di rete. Soprattutto Klaus Gasperi a Brunico e Rudi Ladurner sognavano una sorta di network teatrale che decentralizzasse la produzione teatrale e al contempo avvicinasse le città. Un circuito teatrale di realtà indipendenti ma unificate da coproduzioni, scambi e tournée interne.

L’obiettivo era anche quello di far crescere una generazione teatrale autoctona. (Obiettivo questo, raggiunto) La visione poi si è un po’ persa a causa delle difficoltà effettive e della quotidianità individuale dei singoli teatri e forse anche un po‘ per un mancato interesse politico-istituzionale. O forse i tempi semplicemente non erano maturi.

Ultimamente ci sono stati diversi cambi generazionali negli Städtetheater. La nuova linfa e, duole dirlo, anche le difficoltà legate alla crisi pandemica hanno rinvigorito il confronto e la voglia e necessità di comunicare tra di noi. Ed è spuntata anche l‘idea di ripescare il progetto originale di collaborazione tra i quattro teatri. Ultimamente si sono aggiunte anche le VBB di Bolzano per parlare di strategie comuni, sia di carattere meramente organizzativo e amministrativo, ma anche e soprattutto per la creazione di una coscienza e conoscenza comuni del professionismo teatrale locale, di quanto esso rappresenti anche una risorsa economica e occupazionale. Noi teatranti non siamo mai riusciti a creare una lobby o ad avere una voce comune nella difesa di categoria ed a sostegno dei nostri progetti. È ora che ciò accada.


Nella cultura sudtirolese hanno posto le figure femminili come te? Che aspettative ha l’Alto Adige?

Parto dal presupposto che il posto c’è e deve esserci. Aldilà delle quote rosa e delle gabbie linguistiche. Certo, non è sempre facile. L’esperienza, la professionalità e la passione dovrebbero determinare le scelte, aldilà di tutto il resto.


Che valore ha ancora il teatro nella nostra società digitale?

Per me il teatro è insostituibile. Il teatro vive e si definisce attraverso la presenza umana, nel „sacrificio“ carnale del qui e ora, filtrato però dalla ricerca artistica e intellettuale. Tutto l’opposto del mondo digitale. E qui stanno la sua forza e la sua unicità. Inutile negare però che sia un mondo di nicchia, che occorre una decisione, un atto di coraggio per varcarne la soglia. Anche perché lo spettatore è altrettanto responsabile nella riuscita di un incontro teatrale.

Arrivare ai giovani non è facile. La velocità di fruizione e consumo di stimoli e contenuti tipica dei nostri tempi non gioca a favore di espressioni che richiedono tempo, attenzione e concentrazione. Noi siamo analogici, risultiamo forse antichi.

Ma ho fatto personalmente l’esperienza che quando i ragazzi entrano in contatto col teatro, lo stupore e la meraviglia sono quelli di sempre. Dobbiamo solo cercare di acchiapparli, e in questo il teatro scuola è molto importante.

Esso può avere grande valenza nel percorso di formazione. È un vero confronto con il se e la propria presenza fisica, con l’ansia e la voglia di autorappresentazione e con i demoni del narcisismo e della vanità. Direi che tutto ciò è molto attuale, no?!


Cosa l’Alto Adige non ha ancora avuto il coraggio di fare?

Tante cose. Sicuramente un vero confronto con le tre realtà linguistiche e culturali. Aprire un dialogo e lasciar perdere paura e risentimenti. Anche perché sono molte altre le realtà linguistiche e culturali che ormai bussano alla nostra porta e la paura non è mai una buona consigliera. Cero, la diffidenza è diminuita, ci sono sempre più punti di contatto, i bilingui sono sempre di più, ma tutt‘ora viviamo spesso accanto senza convivere. Forse non ne sentiamo neanche più la necessità. Conosco persone che vivono in Sudtirolo da molti anni e sono riuscite a vivere e a lavorare qui, senza mai imparare l’altra lingua. La trovo una cosa quasi incredibile.


Se riuscissimo anche a considerare il rapporto con le tradizioni non solo da un punto di vista di identificazione etnica e linguistica e se avessimo il coraggio di metterle in relazione con quelle altrui, potremmo forse anche riflettere diversamente la nostra storia. La rielaborazione storica del passato recente è sicuramente un altro capitolo da affrontare, secondo me sarebbe ora di dismettere gli abiti del vittimismo e del nazionalismo che continuano ad alimentare astio e risentimenti. Ci vorrebbe uno sguardo neutro e coraggioso sui fatti storici, uno sguardo allo specchio disincantato e analitico, per fare pace con la storia, con le responsabilità, le colpe e le ferite subite e inferte, ed andare semplicemente avanti.


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Foto di Johanna Porcheddu

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