Eros Magnago: Alto Adige e autonomia. La lotta delle regole

intervista esclusiva per FranzMagazine



Eros Magnago, nato Rovereto, ha vissuto a Egna e poi a Bolzano, sposato con un figlio, ha frequentato i Geometri a Bolzano, e poi si è laureato in giurisprudenza a Trento.Ha fatto 4 anni presso la Corte dei Conti e dal 1997 è entrato come dirigente in Provincia, dal 2014 è entrato come dirigente in Provincia, dal 2014 è Segretario generale della Provincia Autonoma di Bolzano.


Eros Magnago rappresenta una delle poche figure dirigenziali di lingua italiana all’interno della grande macchina della Provincia. Nel suo ruolo fondamentale al funzionamento ed al mantenimento dell’Autonomia si confronta ed affronta le novità normative che regolano e  gestiscono il nostro territorio. Con grande professionalità ed attenzione accompagna il percorso politico ed amministrativo non sempre facile del nostro Alto Adige: un territorio spesso messo sotto i riflettori per le sue scelte, non sempre in linea con i Diktat nazionali ed europei. Un ruolo in ombra dai riflettori politico sociali, ma fondamentale per tutto l’apparato che gestisce.



Eros Magnago, Segretario generale della Provincia Autonoma di BZ

Cosa significa essere il segretario generale della Provincia Autonoma di Bolzano?

Come tutti i segretari generali ho un ruolo prevalentemente di garanzia della correttezza dell’azione amministrativa. Una buona parte del lavoro lo svolgo come consulente della Giunta, esaminando le proposte di deliberazione, seguo poi, per il tramite di alcune strutture, gli aspetti giuridici e ordinamentali che riguardano la Provincia, gestisco rapporti con le istituzioni statali e regionali . In quest’ultima legislatura mi occupo anche dei comuni altoatesini.


Qual è la sfida che dovete affrontare per il mantenimento dello status quo? Oppure avete in programma cambiamenti organizzativi?

Se per status quo intendiamo l’esercizio delle competenze come previste dallo Statuto, è ormai chiaro che occorre più cervello e fantasia rispetto al passato. C’è stato un lungo periodo in cui le cose raggiunte non venivano più messe in discussione, erano conquiste e basta. Oggi non è più così.

Anche per mantenere l’esistente bisogna saper interpretare le fasi nuove che si susseguono e cercare di non cadere nell’errore più banale, quello di viverle subito come attacchi, come tentativi di oppressione o di omologazione che ci arrivano da fuori il nostro territorio. Non è sempre Roma, talvolta è Bruxelles, talvolta sono addirittura eventi naturali da dover fronteggiare .


Come si relaziona la vostra gestione con la visione politica del territorio?

La visione politica ce l’hanno i politici, noi tecnici possiamo solo tradurre in pratica gli indirizzi che vengono espressi. Certo, l’esperienza di qualche anno di lavoro talvolta mette in condizione di dare qualche suggerimento. Ma il tema è sempre lo stesso, occorre ragionare prima di reagire. Chiedersi quale sia la soluzione più adatta al nostro territorio e cercare di muoversi con coerenza rispetto alla vocazione all’autogoverno che questa terra ha da sempre.


Siamo usciti dalla difficile fase Covid-19 per entrare forse in un’altra fase ancora incerta. Come si gestisce un apparato come il vostro in tempo di Covid?

Serve coniugare sicurezza e libertà. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Noi abbiamo vissuto questo periodo senza precedenti cercando in ogni occasione di usare i margini di intervento e discrezionalità che avevamo in nostro possesso. Lo hanno fatto anche altre regioni, noi ci siamo spinti un po’ oltre. In un primo momento sono state emanate ordinanze contingibili e urgenti, atti molto simili ai DPCM del Presidente del Consiglio. Poi però, quando era diventato chiaro che la situazione sarebbe perdurata, si è ritenuto che fosse il Consiglio provinciale, ciò l’organo più rappresentativo della Provincia, a doversi esprimere. Così è nata la legge provinciale 4/2020. Decidere, non se, ma come, ripartire, era questione troppo importante per essere racchiusa in un’ordinanza.

È stato un passo ardito, ma si è rivelato vincente.


Come giudichi il comportamento degli altoatesini rispetto alle regole e indicazioni date?

Io rispondo con i numeri, perché sono un tecnico. Dalle decine di migliaia di controlli fatti dalle forze dell’ordine o dai nostri ispettori, è emerso che solo una minima parte di persone e di aziende – forse 5%  – non erano in regola e quindi sono state sanzionate. In questo periodo stiamo esaminandi i ricorsi che parte dei sanzionati ha ritenuto di inviarci. Anche in questo caso vediamo che spesso ci sono state ragioni che giustificavano quei comportamenti.

L’altoatesino medio è persona con la testa sulle spalle, ha capito e non ha scherzato col fuoco.


Quando il 30% della popolazione lavora nel pubblico, possiamo ancora dire che è una società che sta costruendo le basi per la sostenibilità del futuro?

Dipende che cosa fanno queste persone nel “pubblico”. È proprio il sistema Alto Adige che ci permette questa gestione. Il ritorno fiscale ci permette di gestire parecchi servizi e con standard qualitativi piuttosto alti.

Anzi il pubblico spesso è lo slancio per avviare servizi necessari che poi si possono privatizzare : un aeroporto, un servizio ferroviario locale, uno stabilimento termale, la banda larga; si assicura la visione e la crescita contemporanea della Provincia. Creando situazioni che possano sviluppare ed adeguare lo sviluppo al nostro territorio.

La macchina della Provincia, quali sono i suoi punti di forza?

Il punto di forza è anche il punto di debolezza. La Provincia ha le competenze per fare quasi tutto, e lo può fare con tanti strumenti. Il punto è, capire quando non è necessario che faccia. Cioè individuare i settori che dovrebbero sostenersi in maniera diversa dalla semplice erogazione di fondi provinciali e vedere il coinvolgimento diretto dei cittadini. Un esempio virtuoso del nostro territorio lo abbiamo avuto con la previdenza complementare, forse si potrebbe replicare nel settore della non autosufficienza. 


Quali limiti porta con se il sistema Alto Adige e quali ragionamenti si potrebbero già fare al riguardo?

Non sono stati fatti dei grandi passi avanti in termini di convivenza negli ultimi anni.

Le difficoltà che ci sono con Roma hanno portato a una maggiore chiusura qui. In questi anni sono cambiate le regole. Negli anni ’90 si costruivano i vari passaggi dell’autogoverno e il dialogo aiutava a costruire il percorso. Oggi ci sono concetti nuovi che riguardano la vita dei cittadini e delle imprese. La tutela della riservatezza, la libera concorrenza, la trasparenza dell’amministrazione pubblica, i diritti di accesso del cittadino, le norme anticorruzione, i bilanci armonizzati, solo per fare qualche esempio. Tutte cose buone in sé, principi di civiltà. Però sono entrate nei nostri ordinamenti senza darci molta possibilità di declinarli in maniera adatta al territorio. Hanno di fatto eroso le competenze dell’autonomia e ora alcuni si sentono più in pericolo o meno liberi di prima.  Da questa paura discendono poi tante cose che influenzano le aggregazioni sociali e molte altre attività. Insomma, oggi che abbiamo molte competenze possiamo fare meno cose rispetto a ieri quando ne avevamo meno.

Di fronte a tutto ciò, occorre rimanere lucidi. Serve distinguere il contenuto di queste innovazioni dal mezzo, dai modi, usati per imporli a tutti i territori, quindi anche al nostro. Invece, talvolta, la reazione di molti è quella di una chiusura, di una contrapposizione. A fronte dei tempi che cambiano bisogna avere la capacità di declinare in modo positivo l’avanzamento. Qui di passi da fare ce ne sono ancora parecchi.


A che punto si posiziona il gruppo linguistico italiano?  


Talvolta ho la sensazione che gli italiani, nelle situazioni di difficoltà create da spinte provenienti da fuori il nostro territorio, reagiscano con maggiore lucidità.

Probabilmente per via del fatto che ha legami meno radicati col territorio stesso e questo lo rende un po’ più libero nell’interpretare cambiamenti epocali. Per epocali intendo che riguardano tutti in questa epoca indipendentemente dal territorio in cui ti trovi. Se si tratta di concorrenza, di privacy, di trasparenza o di anticorruzione, il tema è sempre come declinarla al meglio a casa nostra, piuttosto e comunque prima di reagire verso chi ci indica i comportamenti.


Sono ancora necessarie le suddivisioni linguistiche? 

Il dato di fatto è che, salvo una piccola parte della popolazione, la società altoatesina è ancora suddivisa in gruppi. Le formazioni sociali prevalenti si pongono ancora l’obiettivo, esplicito o meno, di rappresentare i singoli gruppi. Questo un giorno cambierà, ma non oggi. E nel frattempo non rimane che tenersi le regole, che pur imperfette, hanno almeno garantito in questi anni diritto di cittadinanza a tutti, almeno proporzionalmente…. 


Cosa l’Alto Adige non ha ancora avuto il coraggio di fare?

Di favorire il superamento di alcuni schemi, probabilmente. A me dispiace vedere che mio figlio, almeno per ora, non parla il tedesco meglio di me. Qualche cosa di sbagliato c’è. La famiglia? L’organizzazione della scuola? I messaggi delle formazioni sociali? Forse un po’di tutto questo. E mi dispiace anche quando mi dice che il suo futuro non sarà a Bolzano. Corro a chiedermi cos’altro c’è che ci fa apparire così lontano dal “centro del mondo”. Ma poi mi ricordo che alla sua età dicevo le stesse cose…




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Foto di Cristina Ferretti

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© Copyright Zoom - Cristina Ferretti,

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Redazione: Cristina Ferretti

Grafica: Aenima - Fabiana Marchesini

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