Anna Quinz - guardare vicino, per vedere lontano!

intervista esclusiva per FranzMagazine


Anna Quinz è direttrice creativa e co-fondatrice dell’agenzia di comunicazione e casa editrice bolzanina franzLAB, specializzata in marketing territoriale, progetti editoriali e text design. franzLAB pubblica dal 2010 il magazine su cui siete ora, dal 2015 la guida di viaggio JOSEF The Insider Travel Book to Trentino-South Tyrol e dal 2019 il magazine monografico Moreness. Con franzLAB e come freelance, cura e sviluppa strategie creative nei settori della moda, del vino, del turismo e della cultura. Collabora su vari progetti con il dipartimento di management dell’Università Ca’ Foscari e ha tenuto diverse lezioni e workshop in altri atenei come Unibz e IULM. 



Anna Quinz, self portrait nella sua bell a casa durante la quarantena Covid-19

Cosa vuol dire occuparsi di comunicazione del territorio? Per me significa essere investigatrici, talent scout, esploratrici, lettrici, anfitrione, cantastorie, provocatrici, equilibriste, acrobate… per imparare e trasmettere l’importanza di parole e sguardi inediti, da usare con onestà, coerenza, sincerità e ironia. Sono i linguaggi al passo con i tempi, qualunque essi siano. Multiformi e stratificati, mettendo al centro di tutto (nel mio caso specifico) le parole usate con competenza, garbo, intelligenza e originalità, con un multilinguismo fluido e mai imposto.


I tuoi progetti editoriali quanto valore aggiunto hanno dato alla nostra comunità? Siamo riuscite attraverso i nostri lavori a evolverci dal concetto classico di visione turistica del nostro territorio e dare valore al “more”, che a volte solo chi non è del luogo vede con grande chiarezza. Quelle sfumature di cultura, sguardi emozioni e luce che per noi sono entrate nella quotidianità, ma che sono quelle che ci distinguono. Il nostro motto e la nostra filosofia è da sempre “more than apples and cows”: amando il nostro territorio e le sue usanze, diventare comunque lente di ingrandimento di quegli aspetti “altri”, “in più”, che il territorio ha in sé e che possono essere nuove interessanti leve comunicative, identitarie e perché no, anche turistiche. 


Come libera professionista, quali sono i consigli che daresti oggi a una giovane ragazza che vuole avvicinarsi alla comunicazione del nostro territorio? Di affilare le unghie, tenere il coltello fra i denti. Esagero, naturalmente, ma nemmeno troppo. Non è affatto semplice inserirsi e conquistarsi uno spazio in un sistema fortemente istituzionalizzato e centralizzato. Il marketing e la comunicazione territoriale tendono a essere unidirezionali ed eterodiretti. Chiunque si presenti nel panorama con altre idee, pensieri radicali e visioni contrastanti, non viene necessariamente combattuto, ma di certo non trova molto spazio per esprimersi nei canali ufficiali. Si rimane nella sfera della realtà “indipendente”, cosa che a noi non dispiace affatto, ma che naturalmente limita la possibilità di inserirsi a pieno titolo nel mercato e di conseguenza, di crescere – anche economicamente – come impresa.


Quanto posto ha la città di Bolzano nel tuo cuore? Immenso: è la città nella quale sono nata e cresciuta e nella quale ho deciso di vivere. È un posto strano, complesso, non sempre facile da affrontare. Mi fa arrabbiare molto ma la amo anche molto. Mi piacerebbe che lei stessa si amasse di più, ha tanto da dire di sé: ma ha un potenziale inespresso!


Visualizzi i trend, eppure non ne segui nessuno. Qual è il filo conduttore della tua vita? Seguire e inseguire la bellezza, la conoscenza, lo stupore, ad ogni costo.

I trend mi servono per comprendere lo “Zeitgeist”,

ma seguirli è un impegno gravoso e che non mi appartiene. Preferisco lasciarmi andare all’istinto e alle immagini che vivono dentro di me.


Anna Quinz insieme al marito Fabio Dalvit, amore e creatività. Insieme Fabio ha creato la linea Qollezione.


Molto spesso da noi si parla di eccellenze. Tu, che osservi con curiosità le tendenze italiane, cosa consideri come eccellenza e quali potranno essere un elemento distintivo per la rinascita?  Sfogliando franzmagazine.com, si possono trovare centinaia di storie – molte anche sconosciute ai più – di persone eccellenti che fanno cose uniche. Spiriti liberi, creativi e visionari che tra arte, moda, design, architettura, scienze sociali, musica, performance, cucina, tecnologia, ricerca e mille altre discipline riassumono una fotografia affascinante del territorio. E la concentrazione di queste persone incredibili qui è altissima. Non so da cosa dipenda, forse dall’acqua che beviamo, non lo so… resta il fatto che, se a rendere straordinaria una terra è la gente che la abita, farla emergere è


uno degli obiettivi più grandi del lavoro di franzLAB: scovare i talenti, per costruire un racconto migliore di noi.

Meno marketing retorico, più spazio alla cultura come strumento di costruzione di bellezza, comunicazione e nuove identità.


Dove pensi che l’Alto Adige possa puntare una volta che la situazione si è risolta? Quali contenuti pensi che l’Alto Adige debba affrontare per riconquistare il proprio vantaggio competitivo? Non credo nel concetto del “vantaggio competitivo”. Non credo, ora più che mai, nei competitor e nella gara ha chi “ce l’ha più grosso”. Credo che ci si debba pensare come un sistema territoriale aperto che non difende i propri confini ma che li apre sempre più in uno scambio utile a tutti. Parlando di turismo e cultura, vorrei che diventasse normale comunicare che Bologna è un passo dalle Dolomiti, che in Trentino ci sono le montagne e a poche ore in Liguria c’è il mare, che posso visitare una residenza di Sissi a Innsbruck e poi un’altra a Venezia nell’arco di un week end, che a settembre c’è il festival della letteratura a Mantova e la fashion week a Milano.

In questo senso, concetti come “la nostra regione”, “venite, qui è più bello”, “restiamo uniti (ma contro il nemico dietro l’angolo)”, mi sembrano stucchevoli e inadeguati al momento storico che stiamo vivendo.

Che valore ha la nostra natura tra le eccellenze? Senza la natura avremmo avuto l’opportunità di essere un’eccellenza? Il valore della natura è enorme. Anche se a mio avviso la natura non è, e non può mai essere considerata, “nostra”. Le Dolomiti sono “patrimonio universale”, per esempio e non sono solo in Alto Adige. Compito nostro è invece prendercene cura. Cosa che a volte facciamo molto bene – penso per esempio allo straordinario ordine dei prati di montagna così belli e così ben accuditi dai contadini… – altre volte molto male. La corsa sfrenata per attrarre quante più persone possibile, tipica del messaggio turistico Pre-Covid19, ha devastato le montagne, i boschi, le spiagge… le ha contaminate (eppure continua a venderci l’idea dell’incontaminato…) e asservite a una schiavitù che non meritano. Certo la natura è una componente cruciale dell’attrattività del territorio altoatesino e italiano, ma penso – nonostante io non sia un’ecologista spinta o un’attivista – si debba essere più onesti, con lei e noi stessi, e cambiare il modo in cui la “vendiamo”. Proprio perché non è nostra, non ci appartiene, ci è solo data in dono. O meglio, in prestito. E come ogni cosa prestata, va conservata con la massima cura.


Hai un’innata passione per la nostra “Heimat” e hai deciso di darne un valore all’italiana. Cosa ti sei prefissata di comunicare? Ho una grande passione per la mia Heimat, quella che mi ha dato i natali, senza confini regionali: è l’Alto Adige in cui sono nata e vivo, il Cadore e la Sicilia delle origini familiari, Bologna in cui ho studiato, l’Italia tutta, che amo con una profondità e un trasporto quasi struggente. Non la sento granitica, non posso che comunicarla in modo altrettanto fluido. Privo di geografie definite, aperto e curioso, critico e radicale. E sì, credo di aver dato un’impronta fortemente italiana al mio comunicare (è ciò che sono). 



Quanto i social media stanno influenzando l’opinione pubblica e la politica del nostro territorio? Hai notato anche tu che vi sono modi differenti di sentirsi italiani qui da noi? La tua “Heimat” come ti sembra stia reagendo? I social stanno influendo in modo sostanziale su tutto, qui come ovunque. Sono il nostro antidoto all’isolamento e il veleno che ci rende sempre più isolati, separati, incomprensibili. Penso per esempio al fatto che la Provincia abbia due account su facebook, uno in italiano uno in tedesco. E osservando i commenti alla medesima notizia, vedo diversità di pensiero e percezione inquietanti. Penso a figure politiche, istituzioni, aziende che comunicano in un’unica lingua, pur parlando sempre retoricamente di “comunità”, il grande trend topic del consenso attuale. Penso anche a chi invece si sta impegnando per una narrazione più spontanea e onesta. C’è di tutto e il contrario di tutto. E non c’è nulla di più pericoloso della retorica di massa (andràtuttobene, restiamouniti…) che si nasconde dietro frasi fatte, che non si interroga, che fa di ogni singolo una folla. Penso però soprattutto che le reazioni personali al momento, siano fortemente influenzate dal background e dai riferimenti culturali di ciascuno: qui c’è chi guarda il TG1 e chi ORF, chi coglie l’occasione per riguardare i film di Alberto Sordi e chi non sa forse nemmeno chi sia, c’è chi ascolta Burioni e chi l’Istituto Koch, c’è chi sul balcone canta Celentano e chi Grönemeyer. C’è stato un momento iniziale – quando l’epidemia era solo in Italia – in cui si è sentito un generalizzato senso d’italianità, ma poi è svanito e si è tornati allo status quo, forse anche un po’ peggiorato. Non penso che tutto questo stia aiutando il processo – lento e mai risolto – della tanto agognata integrazione. Ma, citando la tua intervista su franzmagazine, nemmeno io “credo nell’integrazione, sostengo invece la convivenza”. Mi pare però che questa situazione – che ha messo così in risalto differenze sostanziali – non stia affatto agevolando il “vivere con”, ma semplicemente stia mettendo in risalto il puro, istintivo, naturale bisogno di sopravvivere, passare oltre, ognuno con le proprie risorse così profondamente diverse. E quando saremo “oltre” (qualunque cosa significhi, visto che questa che viviamo non è un fermo immagine…), chissà chi e come saremo…


Al tempo del Covid19, che domande si pone una creativa? Infinite. Penso che molti colleghi si siano fatti prendere da una smania di fare, dire, esserci (alcuni con risultati eccellenti, peraltro). Proprio perché dai comunicatori e dai creativi ci si aspetta sempre che abbiano risposte, idee, progetti da tirar fuori. Io ho scelto in questo momento una via più riflessiva. Io mi interrogo sul presente, che è – credo – l’unica vera materia di studio e di azione di un comunicatore contemporaneo. In franzLAB l’abbiamo definita #denkpausa. Un tempo prezioso per osservare, riflettere, interrogarci. 


Cosa ti auguri per la tua amata Bolzano? Cosa vorresti che avesse il coraggio di fare? Bolzano ha un suo potenziale che è ancora nascosto sotto l’asfalto, che forse gli infiniti cantieri che la stanno modificando, riusciranno a dissotterrare. Tra il 2007 e 2011 ha vissuto il suo momento illuminato – “the coolest city in Europe” la definì Tyler Brulè. Quando “Manifesta7” aveva creato fermento, vivacità ed un nuovo approccio alla cultura che si faceva avanti. Tutti volevano venire qui, noi cittadini eravamo fieri e orgogliosi: si stava delineando una città metropolitana, cosmopolita, contemporanea. Poi, improvvisamente, il nulla. Si è fermato tutto. Mi sono chiesta mille volte perché ma non sono riuscita a darmi una risposta. Ora la città non ha energia, grinta, carattere. Vivacchia pigramente sulle spalle di una Provincia che la sta soverchiando. Dici bene, le manca coraggio. Su così tanti fronti – culturale, sociale, commerciale… – che è difficile elencarli tutti.

Bolzano andrebbe ripensata dalle fondamenta, con una visione chiara e lungimirante, fatta di tante voci anche contrastanti e controverse, che pian piano costruiscano un nuovo insieme identitario. Per questo, oggi, mi sta così stretta, odi et amo. È come se dormisse su sé stessa.

Durante il periodo #iorestoacasa, cosa oppure quali spazi sei riuscita a riconquistarti? Hai riscoperto qualcosa di te che hai voglia di raccontare? Ho vissuto diverse fasi. Preoccupazione per il lavoro, paura, noia, apatia. Adesso che ho tranquillizzato tutti i dubbi sono piena di grinta e speranza. Studio, elaboro ed uso il mio tempo al meglio. Ora la mia testa è così piena che sento quasi il bisogno di restare confinata ancora un po’, ho troppo da fare, pensare, chiedermi. Sto studiando più che posso, questo è il dono del tempo non inframmezzato da appuntamenti, eventi, viaggi. Non so se sto imparando, scoprendo qualcosa o perfino migliorandomi come individuo. Non credo. So semplicemente che sto – a mio modo – vivendo molto intensamente questa strana, incredibile, inaspettata, distopica realtà. 


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Foto di Anna Quinz

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Redazione: Cristina Ferretti

Grafica: Aenima - Fabiana Marchesini

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